Le pensioni e l’ imbroglio sulla speranza di vita

Non passa giorno che gli organi internazionali, dalla Banca Centrale Europea al FMI, non ci tormentino sul tema della “riforma” delle pensioni. Della ennesima riforma peraltro, visto che tre sono già intervenute lungo gli anni ‘90 e hanno sensibilmente mutato in peggio il sistema pensionistico italiano, cancellando il suo carattere solidaristico fra generazioni che era garantito dall’esistenza del metodo retributivo, dove il valore della pensione dipendeva da quello della retribuzione e le pensioni erano pagate grazie ai contributi versati dai lavoratori attivi.

Ieri è stata la volta del rapporto dell’OCSE, che giustamente il nostro governo non ha firmato, provocando le ire della Confindustria e purtroppo anche polemiche nella nostra stessa maggioranza. La cosa peggiore sarebbe però quella di derubricare la scelta del governo ad un fatto tecnico.

Indietro non si può tornare, che piaccia o no, ma neppure possiamo assistere alla distruzione definitiva del sistema previdenziale pubblico. Peraltro quello privato, la cosiddetta previdenza integrativa, in realtà sempre più sostitutiva, pare non decollare, se si considerano le bassissime opzioni di destinazione del Tfr ai fondi pensione che emergono dai dati ufficiali a poco meno di un mese della scadenza del meccanismo del silenzio-assenso.

Del resto il tema della previdenza costituisce il piatto forte sul tavolo del welfare-state dove ormai si sta stringendo il confronto tra governo e organizzazioni sindacali.

L’esito del confronto dipende in larga parte dalla disponibilità di risorse finanziarie che il governo intende mettere a disposizione. Come è noto i pareri sono tutt’altro che concordi. La strategia della riduzione a tappe forzate del debito non è infatti una necessità obiettiva e inderogabile. La stabilizzazione del debito per un periodo congruo di anni, puntando nello stesso tempo sulla crescita economica i cui effetti già si fanno sentire, potrebbe avere gli stessi effetti positivi anche per il risanamento finanziario, come già hanno dimostrato diversi mesi orsono un nutrito numero di economisti.

Ma anche se non si volesse scegliere questa strada, è sempre possibile pensare ad una diversa ripartizione dei dieci e oltre miliardi del cosiddetto tesoretto. A seconda di quanto si può spendere diversi sono gli interventi di sicuro impatto sociale che si potrebbero da subito attuare, dall’aumento delle pensioni minime e basse, alla copertura figurativa per i periodi di non lavoro per i giovani precari.

In ogni caso due temi sono ineludibili, quello del famigerato scalone e la questione dei coefficienti. Se qualsivoglia decisione su questi ultimi può anche essere facilmente rinviata nel tempo, applicandosi questi a chi va in pensione con il metodo contributivo, l’ostacolo dello scalone, ossia l’innalzamento di tre anni dell’età pensionabile alla fine dell’anno in corso, va ovviamente affrontato. E il programma dell’Unione dice che va “eliminato”. Ma, come è noto, vi è chi pensa di superare l’ostacolo sostituendo lo scalone con scalini, magari di 18 mesi, che in un periodo temporale più dilazionato, porterebbero in ogni caso all’innalzamento dell’età pensionabile per tutti.

Prima di entrare nelle variabili di dettaglio, bisognerebbe però chiedersi seriamente se è veramente necessario innalzare per tutti l’età pensionabile. Quella reale del nostro paese è in linea con la media dei paesi più sviluppati dell’Europa. D’altro canto le previsioni di crollo finanziario del nostro sistema pensionistico, evitando lo scalone, sono state più volte smentite. La famosa “gobba” non fa più paura da tempo, e in ogni caso il problema va affrontato sul terreno dell’allargamento della base occupazionale (nonché della lotta all’evasione contributiva).

Affrontiamo perciò l’argomento principe: quello dell’aumento dell’età di vita, il che ci permette di aggredire tanto il tema dell’innalzamento dell’età pensionabile quanto quello dei coefficienti di trasformazione, cioè del valore delle pensioni.

La speranza di vita è aumentata, è vero, e in modo anche rapido, ma non per tutti in eguale misura. Le aspettative di vita permangono significativamente diverse a seconda della classe di appartenenza, del titolo di studio e del lavoro effettivamente svolto. Non esistono purtroppo studi esaustivi sull’argomento (ed è quello che bisognerebbe fare invece di tante chiacchiere), ma già quello che c’è indica chiaramente che non siamo tutti uguali.

Tre studiosi, quali Richiardi, Leombruni e Gallegati ci hanno recentemente ricordato che gli studi relativi a molteplici paesi europei forniscono risultati simili: ad esempio in Inghilterra un operaio non specializzato che arriva a 65 anni di età può sperare in altri 13 anni di vita; un avvocato 18. In Finlandia la differenza di vita attesa fra lavoratori manuali e non manuali (a 35 anni) è di 4,4 anni per gli uomini. In Germania, in relazione al reddito, la differenza di attesa di vita per gli uomini che hanno 65 anni è di 6 anni.

Per l’Italia si può fare riferimento ad uno studio-pilota su Torino che evidenzia che a 55 anni i professionisti hanno già un vantaggio di 2 anni sui lavoratori manuali, vantaggio nella speranza di vita destinato a crescere aumentando l’età. In sostanza, concludono i tre autori, chi fa lavori manuali guadagna di meno, vive di meno e paga di più di contribuzione in relazione a quanto riceve. Ovvero avviene una solidarietà al contrario.

Se si ragionasse su questi dati la soluzione del problema dello scalone, ma anche quello dei coefficienti, non sarebbe davvero difficile, né tanto costosa. Basterebbe non elevare l’attuale età pensionabile a chi ha svolto per tutta la vita (cioè per 35 anni) un lavoro manuale (gli operai ad esempio), lasciando loro l’attuale coefficiente; mentre si potrebbe stabilire un età più elevata per chi svolge un lavoro professionale, destinando a questi un coefficiente di trasformazione più basso.

E’ chiaro che si tratta di andare ben al di là del concetto dei lavori usuranti, su cui non a caso non ci si è mai accordati, e di ragionare in termini di intere categorie. Ma proprio questo darebbe un grande respiro al confronto sociale in atto, ponendo le basi di un patto non solo fra generazioni, ma fra diversi lavori.

Alfonso Gianni

Sottosegretario allo Sviluppo Economico

07 giugno 2007

Fonte: www.aprileonline.info

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